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Il mito di Bob Marley rivive sul grande schermo

Il mito di Bob Marley rivive sul grande schermo

Il regista scozzese Kevin Macdonald ripercorre le tappe della vita e della carriera del “re del reggae”

3 luglio 2012

Presentato al 62° Festival di Berlino – e uscito come evento unico lo scorso 26 giugno in 178 sale italiane – il documentario sulla vita di Robert Nesta Marley ha avuto un tale successo al botteghino da incoraggiare la sua programmazione ufficiale in tutte le città italiane.

In passato la famiglia Marley si era più volte rifiutata di dare il consenso alla realizzazione di film sulla vita di Bob, dunque Kevin Macdonald ha sicuramente il merito (e la fortuna) di essere riuscito in un’impresa che sinora sembrava impossibile.

In questo omaggio al re indiscusso della musica reggae il pubblico può trovare immagini di repertorio e filmati preziosi e inediti provenienti dall’archivio dei parenti di Bob Marley, nonché il loro diretto contributo in forma di intervista, in particolare della moglie Rita e dei figli Ziggy e Cedella.

Figlio di un militare bianco (Norval Sinclair, detto “Il Capitano”) e di una donna nera giamaicana, Robert venne discriminato fin da piccolo per il suo sangue misto e per il colore della pelle, né bianco né nero. La difficile infanzia trascorsa nel villaggio rurale di Nine Mile, a St. Ann, coltivando cacao e banane e cavalcando asini, fu ancor più appesantita dai soprusi e dalle prepotenze subite per il fatto di essere mulatto, e quindi considerato “impuro” e inferiore agli altri.

All’età di 12 anni Marley si trasferisce con la madre nel quartiere di Trenchtown, a Kingston. E qui, dove convivono delinquenti e musicisti, dove miseria e disperazione sono pane quotidiano, avviene l’inizio del suo percorso artistico e spirituale. Trascorrendo le sue giornate in mezzo a strade polverose (citate nella canzone Natty Dread) Bob ha l’occasione di conoscere il Rastafarianesimo, religione derivante da un movimento politico etiope che vede nell’imperatore Hailé Selassié I la reincarnazione di Cristo. Nell’amore e nella fede assoluta per il Rastafari, il “Re dei Re”, Marley ritrova fiducia in se stesso e scopre dei valori in cui credere, che possono finalmente connotarlo come “individuo”.

In quegli anni conosce gli altri componenti della sua futura band “The Wailers”: Peter Tosh e Bunny Livingston. Proprio Bunny lo inizierà al mondo della musica, arte per cui Bob sembrava predisposto fin dai “motivetti” che ripeteva contento alla maestra di scuola. Ed è Bunny che ha fornito al regista gran parte degli aneddoti e dei ricordi sul leggendario cantante giamaicano. 

L’incontro con la musica reggae rappresenterà per Marley un viatico per fuggire dalla miseria e gli offrirà la prospettiva di un futuro migliore.

Malgrado le mille difficoltà e lo sfruttamento da parte del proprietario di “Studio One”, la loro prima casa discografica, il gruppo conquista grande popolarità in tutta la Giamaica, e Marley diviene portavoce di sentimenti di fratellanza, di uguaglianza razziale e di pace, assumendo una grandissima rilevanza sociale e culturale.

La progressione della sua carriera artistica e la scalata al successo scorrono sullo schermo in immagini di repertorio. Memorabile è il concerto per la celebrazione dell’indipendenza dello Zimbabwe nel 1980, che gli permetterà di conquistare anche il cuore del popolo africano e di scoprire un paese in cui ritrova le sue radici culturali. Fondamentale per decretarne il successo a livello internazionale è invece il concerto svoltosi lo stesso anno al Madison Square Garden di New York.

Uno dei momenti più emozionanti e significativi del documentario riguarda il “One Love Peace Concert” tenuto a Kingston il 22 aprile 1978. Durante quel concerto Marley chiede ai leader delle due opposte fazioni politiche giamaicane Edward Seaga e Michael Manley di salire sul palco e stringersi la mano in segno di pace.

Il ritratto di quest’artista straordinario, nonostante l’indubbio lavoro svolto per reperire materiali inediti e testimonianze dirette, ci consegna un’immagine ancora sfocata, di un uomo che sembra inafferrabile, e talmente misterioso (quello stesso mistero che affascinava tante donne) da risultare imperscrutabile, nonostante i racconti di amici e parenti. Ci viene presentato l’artista, caparbio e talentuoso, ma anche la persona, con le sue doti e le sue debolezze. Marley è descritto come un uomo schivo, timido, umile e generoso, ma le donne della sua vita non esitano a definirlo anche egoista e un po’ dispotico, mentre i figli testimoniano la figura di un padre poco amorevole e molto duro.

Non si è mai fatto mistero, né se ne fa in questo ritratto filmato, della turbolenta e non integerrima vita privata di Marley. La sua carriera e i suoi amori scorrono su piani paralleli: lavora sia con la moglie Rita (componente del coro I-Threes) sia con la compagna Cindy Breakspeare. La fedeltà nei confronti dello “Jah” (Dio) non comporta però lo stesso obbligo nei confronti delle donne, e Marley infatti non ha mai nascosto le sue infedeltà, né gli 11 figli avuti da 7 donne diverse.

Il merito di questo documentario sta forse nell’aver mostrato che la grandezza di un uomo diventato un mito, una sorta di “guida spirituale” per milioni di persone in tutto il mondo, consiste proprio nella sua umanità e nella sua semplicità.

Beffardo e un po’ ingrato appare l’epilogo della sua vita: una morte prematura per un melanoma, proprio la malattia che il culto dei Rastafari cerca di scongiurare, preservando quanto più possibile l’integrità del corpo mediante un’alimentazione sana e una regolare attività fisica. Le fotografie più drammatiche sono quelle scattate durante il suo ultimo compleanno nella clinica tedesca in cui fu ricoverato, ormai in stato terminale.  Il viso scavato, lo sguardo malinconico, e il cappello che nasconde la perdita degli amati “dreadlock” (tagliati, in un triste rito, dalle sue donne) contrastano fortemente con la vitalità impressa nelle immagini in cui gioca a calcio con i suoi amici o salta e si dimena sul palco durante le sue energiche performance.

Con le immagini dei funerali di stato, in un bagno di folla, si conclude il viaggio nel percorso umano e artistico di Bob Marley. 

Un uomo che aveva ricevuto poco amore, che era stato abbandonato dal padre e dalla famiglia (“The stone that the builder refused…”), ma che nonostante tutto sosteneva e “predicava” nelle sue canzoni ideali di amore, pace e giustizia che resteranno immortali, come la sua breve ma intensa carriera musicale.

Di questo documentario non impressiona particolarmente la regia, che adotta uno stile didascalico e procede senza elementi di grande spicco e originalità. Del lavoro di Macdonald si apprezza comunque l’aver fatto rivivere il ricordo di una figura leggendaria, grazie a un considerevole patrimonio visivo.

Alla fine della proiezione, della durata di due ore e venti circa, resta il cruccio di non aver potuto saltellare sulla poltrona della sala, poiché le note delle memorabili canzoni di Marley (No Woman No Cry, Redemption Song, Jammin, One Love, Get Up Stand Up) assumono un ruolo secondario rispetto alle interviste. La musica, utilizzata quasi come sottofondo, avrebbe meritato uno spazio e un rilievo maggiore, lo stesso che occupava nella vita di questo straordinario artista. La musica di Bob Marley: composta da tre battute anziché da quattro perché la quarta proveniva dal cuore, dall’ “heart beat”.

Laura Fronzi

Laura Fronzi

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1 commento

  1. avatarveritas | 19 ottobre 2012, 08:57

    un film che vedrò perchè Marley mi ha sempre dato pace.

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