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Il fondamentalista riluttante, di Mira Nair

Il fondamentalista riluttante, di Mira Nair

Oltre l’apparenza di una pellicola viva e movimentata la regista indiana Mira Nair riepiloga le ragioni e le peculiarità del conflitto culturale tra oriente e occidente, utilizzando una narrazione chiara e mirando alla distensione degli animi

27 giugno 2013

Undici Settembre 2001: a New York, a causa di un epocale attentato terroristico, si sbriciolano davanti alla popolazione inerme le torri gemelle; subito dopo cresceranno infiniti campanilismi per difendere identità non sempre ben indentificate, istigati da interessi vari, da un patriottismo esasperato e dal lavoro dei professionisti della paura.

In un contesto sociale Americano che, dodici anni dopo, non ha ancora sufficientemente stemperato il clima di tensione – Obama, giunto al suo quinto anno, non ha ancora mantenuto la promessa di chiudere Guantanamo perché passare dalle promesse ai fatti sulle questioni della sicurezza costa evidentemente ancora molto in termini di consenso – la scelta di Mira Nair di proporre un film che si nutre da queste radici avvelenate ed ha per protagonista un musulmano di origine Pakistana certo risulta assai rischiosa per il botteghino, soprattutto negli U.S.A. ma anche nel resto del mondo, ovunque alligni una cieca partigianeria.

Partendo da un libro di Mohsin Hamid (che ha collaborato anche alla realizzazione del film) la regista indiana ci mostra le varie tappe che scandiscono la vita di Changez Khan (Riz Hamed), dalla sua completa identificazione con il sogno americano, che lo vedrà in giovane età arruolarsi nelle “forze speciali della finanza” – e per qualche tempo sarà un ottimo soldato dell’esercito economico – fino all’epilogo, anni dopo l’attentato di New York ed il suo avvenuto ritorno in Pakistan.

La Nair a dire il vero comincia da qui e va a ritroso, incastrando il presente con numerosi flashback e riuscendo a comporre più di due ore di pellicola dove suspense ed interesse rimangono ben vivi fino al termine.

Molta la carne messa al fuoco, dal conflitto mondiale tra occidente e oriente – sempre sull’orlo di una nuova accelerazione – alla lotta sociale planetaria (e tutto quel che ne consegue), sottolineando come un solo tratto di penna possa cancellare aziende e dipendenti se questi non sono considerati niente altro che numeri legati ad un fattore di produttività e non – come invece sono – lavoratori (o poeti!)

Molti gli accenni ai vari temi e contrasti come l’opposizione tra chi crede nella violenza o nella trattativa, la distanza tra i valori e le tradizioni, la debolezza delle democrazie, il sentimento della vendetta e l’appoggio nemmeno troppo nascosto ai dittatori degli stati compiacenti.

Tutto questo imponente bagaglio di argomentazioni porta forse a trascurare alcune piste interessanti che meriterebbero maggior attenzione e potrebbero esser meglio sviluppate dalla sceneggiatura, come ad esempio il rapporto – centrale nella storia – tra Erica (Kate Hudson) e Changez.

Inseguendo l’obiettivo di spiegare tutto comprimendo in poco tempo alcune verità che avrebbero avuto bisogno di affiorare con maggior lentezza, il rischio occorso è stato quello di semplificare in maniera esagerata. Così in effetti accade in alcuni passaggi, come quando vengono accostati a paragone i fondamentalisti religiosi ed i manager di azienda che, in pochi istanti e senza riflettere sulle differenti singole peculiarità, decidono di vite e destini arbitrariamente, oppure quando, per spiegare il presente, un editore di libri Turco si lascia andare ad un breve – ma interessante – riassunto sulla figura dei Giannizzeri.

Changez, seduto al tavolo con il giornalista Bobby Lincoln (Liev Schreiber), ripercorre tutti gli anni del suo duemila, rivisitandoli attraverso una lente personale ed accompagnando la sua analisi a ritroso ad una visione più generale, così facendo dandoci conto di tutto un blocco della nostra storia più recente.

Sarebbe facile rimanere impantanati in un tripudio di luoghi comuni ma la Nair sembra evitare la trappola, sia riuscendo a non far scadere ogni cosa nella banalità ma anche – pur mettendo assieme forse troppi pensieri e materiali – senza cedere mai al superfluo e non omettendo nulla di quel che potrebbe risultare utile a ricomporre il complicatissimo quadro d’insieme.

Accattivante quanto basta il ritmo del suo film – ed i suoi stratagemmi d’azione – nascondono a malapena l’intento principale, ovvero spiegare con semplicità ed il massimo dell’equidistanza possibile l’esplosione del conflitto culturale – e non solo – più importante degli ultimi anni. Il tentativo sarebbe di dare voci alle ragioni di tutti, provando, senza eccedere, a smorzare i toni.

Dunque arriva dall’India una voce di pace e distensione indirizzata al vicino Pakistan, all’America ed a noi tutti. Se alle anime più calde dovesse sembrare come una lezioncina inutile e persino un po’ spocchiosa si consiglia di rimembrare il vecchio adagio: “L’apparenza inganna e spesso porta a conclusioni sbagliate!”.

Franco Maresca

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