Gli “affari correnti” (ma non troppo) del governo Monti

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Gli “affari correnti” (ma non troppo) del governo Monti

L’esecutivo, col direttorio dei “saggi oligarchi”, è di fatto golpista? Dovremmo scendere in piazza ed erigere barricate? Giustiziare i saggi nel cortile delle Tuileries?

3 aprile 2013

Forse no. Qualche problema di dubbia costituzionalità del corrente assetto istituzionale, però, effettivamente c’è. Per carità, tutto figlio di una situazione caotica e senza precedenti, e al Presidente, al Governo e ai “saggi oligarchi” si concedano le attenuanti del caso. Ma la situazione attuale presenta peculiarità che alcuni osservatori attenti non hanno perso l’occasione di rilevare.

Anzitutto, con la permanenza in carica del Governo Monti, si è posto nuovamente il tema della “prorogatio”, teorizzato a Ballarò dal “Miglio dei 5Stelle”, ovverosia il Prof. Paolo Becchi, filosofo del diritto autonominatosi costituzionalista, che sostiene – in pratica – che il Governo Monti possa utilmente operare in un regime di proroga indefinita, in qualche misura ratificata dal Parlamento e benedetta dal Presidente. Il ragionamento del Prof. Becchi, che all’inizio è stato svillaneggiato ma a posteriori (ovvero dopo gli interventi presidenziali) appare avere una certa plausibilità, postula che la Costituzione e la prassi costituzionale sia volta ad assicurare la massima continuità, per non far mai restare il Paese privo di esecutivo.

Tuttavia, dove Becchi sbaglia è nel sostenere che il Governo Monti, dimissionario, sia “nel pieno del suo mandato”. Di fatto, non è così. Quando il presidente Monti è salito al Quirinale per le dimissioni, il Presidente della Repubblica «ha preso atto delle dimissioni e ha invitato il Governo a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti». La dizione è nota.

Ma cosa sono, in pratica, questi benedetti “affari correnti”? La questione non è di lana caprina perché, in un creativo uno-due, il Presidente Napolitano ha dapprima confermato il Governo Monti come “pienamente operativo”, anticipando addirittura che sarebbe in procinto di varare una serie di provvedimenti di natura fiscale e finanziaria per il rilancio dell’economia, e immediatamente dopo ha nominato l’ormai famosa doppia commissione di Saggi, evidentemente priva di qualunque potere e di qualunque limite temporale certo. Per cui, il Governo Monti, che pareva assopito in un crepuscolo di scartoffie e dimissioni imbarazzanti, è stato riportato al centro della scena, per il disbrigo di “affari correnti” che così correnti non sembrano.

Di fatto, non ne esiste una definizione normativa, né esiste una norma che limiti espressamente i poteri del Governo dimissionario. L’espressione è frutto di consolidata prassi, che ha conosciuto diverse interpretazioni ma nessuna significativa eccezione nella storia repubblicana. La dottrina costituzionale mostra un panorama variegato di opinioni. Ci sono autori che danno una lettura fortemente restrittiva, parlando di “organo straordinario” o addirittura “meramente amministrativo” (i.e. un Governo che si limita a firmare gli assegni degli stipendi degli impiegati pubblici, e poco altro), e non più politico. L’opinione prevalente, tuttavia, è che la natura del Governo di organo esecutivo non muti e la restrizione dei poteri derivi dalla prassi e dalla sensibilità istituzionale dei Presidenti del Consiglio: nei precedenti, l’intensità della limitazione ha variato infatti caso per caso, anche in funzione del fatto che il Governo fosse stato o meno espressamente sfiduciato in Parlamento, oppure che si fosse spontaneamente dimesso (come avvenuto per il Governo Monti).

In tale panorama di vaghezza, alcuni Presidenti del Consiglio, (ad esempio, Fanfani nel maggio del 1983), hanno ritenuto di perimetrare il significato di “affari correnti”, adottando apposite direttive in occasione delle dimissioni. Ultimo della serie Prodi, nel 2008, con una direttiva nella quale si affermava che «il Governo rimane impegnato nel disbrigo degli affari correnti, nell’attuazione delle determinazioni già assunte dal Parlamento e nell’adozione degli atti urgenti. Dovrà, in particolare, essere assicurata la continuità dell’azione amministrativa, con particolare riguardo ai problemi dell’occupazione, degli investimenti pubblici ed ai processi di liberalizzazione e di contenimento della spesa pubblica». Come si vede, si tratta di limiti autoimposti, ma abbastanza larghi ad assicurare autonomia ed indipendenza di azione.

Di fatto poi il Governo Prodi, pur sfiduciato dal Parlamento, finì con l’occuparsi da dimissionario di questioni politicamente ben rilevanti: fra queste la gestione della crisi in Kosovo e l’emergenza rifiuti in Campania.

Chiarito che non vi sono limiti precostituiti, vi è tuttavia unanimità sul fatto che dei limiti vi debbano necessariamente essere, sia pur autoimposti: è intuitivo che un Governo dimissionario, per quanto sfiduciato, dovrebbe fare fronte alle situazioni di urgenza, anche se non ascrivibili agli affari “correnti”. Allargando il tiro al campo economico, se ad esempio, si verificassero particolari tensioni sui mercati e condizioni particolarmente avverse per il paese, è possibile immaginare che il Governo Monti sarebbe tenuto ad adottare gli atti necessari a tutelare gli interessi nazionali. Ed è più o meno ciò che ha detto il Presidente Napolitano, andando però al di là di questo scenario “eventuale” e affermando invece hic et nunc la “piena operatività” del Governo Monti e la sua prossima adozione di importanti interventi economici, en attendant che la situazione politica si stemperi e i Saggi pronunzino i loro vaticini. In pratica, il mandato dei Saggi è a tempo, giacché l’elezione presidenziale è alle porte, e rimescolerà le carte. In teoria, per come l’aveva messa il Presidente inizialmente, un limite temporale formale non c’era, e i limiti all’iniziativa politica erano minimi, in barba alla volontà popolare e allo scenario parlamentare nel frattempo mutato.

Se non siamo al “pieno mandato” teorizzato dal Prof. Becchi, ci siamo molto vicini.

Andrea Punzi
Avvocato in Roma

Immagine: Jacques Bertaux, Prise du palais des Tuileries, 1793

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