Tempestiva, inevitabile, discutibile: la nuova guerra in Mali

Esteri

Tempestiva, inevitabile, discutibile: la nuova guerra in Mali

Mentre i suoi uomini combattono in Africa occidentale, la Francia si interroga sul proprio cammino nel Sahel

24 gennaio 2013

All’inizio del 2012, il “Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad” (MNLA), l’organizzazione che riunisce i ribelli del Mali settentrionale in lotta per fare della regione la patria delle popolazioni Tuareg, ha scatenato una guerriglia contro il governo centrale.

Il 22 marzo, un mese prima delle elezioni presidenziali, il presidente Amadou Toumani Touré, incapace di reagire alle azioni dei ribelli, è stato rovesciato da un colpo di stato: un gruppo di militari autobattezzatisi “Comitato Nazionale per il ritorno alla democrazia e la restaurazione dello Stato” (CNRDR) ha preso il controllo del Paese e sospeso la costituzione, designando Dioncounda Traoré (leader del partito Adéma-Pasj, d’ispirazione socialista) come presidente ad interim. In seguito al colpo di stato, le principali città del nord, fra cui Timbuctù, sono state occupate dal MNLA, che il 5 aprile ha concluso l’offensiva e proclamato l’indipendenza dell’Azawad dal Mali.

Il MNLA è stato inizialmente sostenuto dal gruppo islamico “Ansar Dine”, ma dopo che l’esercito del Mali si è ritirato dall’Azawad, Ansar Dine ha iniziato a imporre la Shari’a nella regione. Il MNLA e gli islamisti si sono quindi trovati in forte contrasto circa l’assetto da dare al nuovo Stato, contrasto che è sfociato in una vera e propria guerra aperta fra il MNLA da una parte e Ansar Dine più altri gruppi islamisti dall’altra, tra cui il “Movimento per l’unicità e la Jihad nell’Africa Occidentale” (MOJWA), un gruppo scissionista di “al-Qāʿida nel Maghreb islamico”. A metà luglio il MNLA aveva perso la maggior parte delle città del nord del Mali, ormai sotto il controllo degli islamisti.

A seguito della richiesta dal governo del Mali e della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” (CEDEAO) di un intervento militare straniero, il 12 ottobre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato all’unanimità una risoluzione francese per istituire una forza di assistenza all’esercito del Mali nella lotta contro i militanti islamici. La Risoluzione 2085, approvata il 20 dicembre, «autorizza il dispiegamento di una missione internazionale a guida africana di sostegno al Mali (AFISMA) per un periodo iniziale di un anno».

La missione avrebbe dovuto essere avviata nel settembre 2013, ma il 10 gennaio un improvviso attacco delle forze islamiste alla città di Konna, a 600 km dalla capitale Bamako, ha convinto il governo francese a lanciare l’Opération Serval, intervenendo direttamente nel conflitto.

LA STAMPA FRANCESE

Già nell’ottobre del 2012 “Le Parisien”, il quotidiano più diffuso oltralpe, illustrava i motivi per i quali sarebbe stato inevitabile un intervento della Francia, «eterna potenza tutelare della regione», per bloccare l’avanzata di al-Qāʿida e per permettere agli Stati sahariani di sperare in una vittoria sugli islamisti.

L’11 gennaio, a missione appena avviata, “Le Monde” metteva in risalto l’ampio consenso che ha accompagnato l’intervento francese. Dal governo britannico, alla Casa Bianca, all’Unione degli Stati africani, tutti hanno salutato con favore la decisione di Hollande, e hanno ringraziano la Francia per la tempestiva azione ad argine contro l’avanzata del terrorismo. Voci discordanti, quella dell’NPA di Olivier Besancenot, che ha puntato l’indice contro un’operazione “neocolonialista”, e quella di Jean-Luc Mélenchon, già candidato del Front de Gauche alle ultime elezioni presidenziali, che ha definito l’intervento francese “discutibile” e la scelta di non coinvolgere il Parlamento nella decisione “da condannare”. Sempre su “Le Monde”, ci si è chiesti se l’intervento sia legittimo, dal punto di vista costituzionale e rispetto alla risoluzione ONU: certamente il fatto che l’esercito francese stia combattendo praticamente da solo in prima linea non appare coerente con la risoluzione 2085, che parla di forza a guida africana; tuttavia l’articolo 51 della carta dell’ONU fa esplicito riferimento al «diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, nel caso che un paese membro sia oggetto di un’aggressione armata».

La necessità di un’azione tempestiva, soprattutto dal punto di vista umanitario, pare essere confermata da Amnesty International, che pur mettendo in guardia la comunità internazionale sui rischi legati a una possibile degenerazione del conflitto, parla esplicitamente di «gravi e massicci abusi dei diritti umani» da parte degli islamisti, con «amputazioni, frustate e lapidazioni… nei confronti di chi si oppone alla loro interpretazione dell’Islam».

Liberatión” dedica un’intera sezione della sua edizione digitale alla “Francia in guerra in Mali”, con approfondimenti, inchieste, domande, e la descrizione dei possibili scenari futuri. Come si confronta la Francia col suo passato coloniale, e con le ripercussioni odierne? Pur non sfuggendo alla domanda, il quotidiano simbolo della sinistra francese sposa anch’esso il sentimento nazionale di un Paese che è cosciente del proprio ruolo di potenza militare, e nonostante i dubbi sulla legalità internazionale dell’iniziativa sottolinea l’importanza di fermare il “tumore rappresentato dal terrorismo islamista”.

Neppure Le Figaro” nega il rischio che la Francia si stia avviando verso un conflitto lungo e di un certo peso per le casse dello Stato. Secondo le cifre del Ministero della difesa riportate dal quotidiano «il costo di mantenimento di 2.500 uomini in Mali è di 8 milioni di euro al mese. E i 2500 che alla fine saranno impegnati in Mali rappresentano il 50% delle forze dispiegate in Afghanistan, un impegno che è costato alla Francia 493 milioni del 2012 e 518 milioni nel 2011».

Ma che implicazioni può avere la vicenda sul futuro delle relazioni fra Europa e Africa? Verso quali scenari ci stiamo incamminando? «Le Monde diplomatique» si interroga sul futuro dei rapporti fra la Francia e il continente africano, e in particolare il Sahel. «Il tempo della Françafrique è terminato… Ma senza obiettivi chiari, il rischio è di trovarsi in una situazione di stallo, e di finire per fare il gioco dei gruppi più radicali, che vogliono “attirare” l’Occidente in conflitti senza fine: le guerre in Iraq e Afghanistan hanno ridotto la minaccia terroristica o invece, al contrario, l’hanno alimentata?»

È una domanda che ci si è posti in passato, e che continua a essere attuale oggi. Una risposta univoca e definitiva forse non la si troverà mai. Ma nel breve termine si può restare a guardare? Se lo chiedono Hollande e la Francia, e se lo chiede l’Europa.

Foto: Attribuzione Alcuni diritti riservati a wonker

Carlo Manfredi

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