L’Emiro del Qatar a Roma. Il piccolo gigante diplomatico del Medio Oriente

Esteri

L’Emiro del Qatar a Roma. Il piccolo gigante diplomatico del Medio Oriente

Successi, contraddizioni e passioni calcistiche di uno Stato sorprendente

16 aprile 2012

Cosa hanno in comune Lionel Messi, la Costa Smeralda e i talebani? Forse se lo è chiesto Mario Monti quando oggi ha ricevuto a Roma l’Emiro del Qatar Sheikh Hamad Bin Khalifa Al Thani. Il sovrano assoluto e illuminato del piccolo stato della penisola arabica, esteso quanto l’Abruzzo, è uno degli uomini più influenti della politica internazionale, e ha costruito a partire dal 1995, anno in cui prese il comando con un pacifico colpo di stato con cui successe al padre, una “piccola superpotenza” basata sul potere economico, la tessitura diplomatica e l’immagine globale.

E quale icona più universalmente diffusa nel nostro tempo se non il calcio? Il Qatar ospiterà i campionati mondiali del 2022, e lo sponsor che campeggia sulle maglie del Barcellona, la più forte squadra del mondo in cui gioca la stella argentina, è la Qatar Foundation, il munifico organismo per la scienza e la cultura guidato dalla seconda moglie dell’Emiro, la bellissima Sheika Mozah. La quale pare abbia una grande passione per la Costa Smeralda, tanto che il fondo sovrano del paese, la Qatar holding, è in procinto di acquistare il paradiso turistico della Sardegna settentrionale per 600 milioni di euro. La ricchezza sconfinata del Qatar, che oltre a squadre di calcio (Paris Saint Germain, Malaga) acquista pezzi di grandi banche in Inghilterra (Barclays) e compagnie petrolifere in Francia (Total), deriva soprattutto dalle esportazioni del gas naturale, che portano nelle tasche dei 300.000 qatarini (a cui si aggiungono 1 milione e mezzo di lavoratori immigrati) il reddito pro-capite più alto del mondo: oltre centomila dollari l’anno.

Ma è la politica estera la vera vocazione dell’Emiro, perché uno stato così ricco e piccolo, e che conta una sola vera città, la capitale Doha, può difendersi e non essere mangiato dai giganti regionali solo se costruisce un “soft-power” fatto di relazioni, solidarietà esterne e informazione. Non a caso la cassa di risonanza mondiale della strategia qatarina è senza dubbio Al Jazeera, la tv satellitare nata nel 1996 per volontà dell’emiro e diventata oggi uno dei colossi mediatici del pianeta.

Ogni tentativo di mediare i conflitti che agitano il Grande Medio Oriente passa in qualche modo per Doha. Il Qatar ha proposto di ospitare una sede di rappresentanza dei talebani al fine di iniziare i negoziati con gli americani per uscire dall’impasse afgano; ha sancito l’accordo di riconciliazione tra le due fazioni palestinesi di Fatah e Hamas; ha sostenuto le rivolte della primavera araba, svolgendo un ruolo di primo piano in Libia; e sta appoggiando fortemente l’opposizione alla dittatura repressiva di Assad in Siria.

Insomma un paese davvero strategico, che cerca di conciliare gli opposti: occidente e identità araba, Usa e Iran, tradizione e innovazione, in un tentativo che forse sarà utopico ma è certamente affascinante. Per capire il senso di questa apparente contraddizione basta osservare le strade di Doha, dove le donne camminano con il velo integrale ma usando le tecnologie più avanzate e comprando le più lussuose griffe internazionali e i rigidi dettami religiosi convivono con le architetture più avveniristiche del Medio Oriente. Se poi all’esterno si fomenta la democrazia all’interno sono vietati i partiti e le prime elezioni nella storia del Paese si svolgeranno solo nel 2013.

Nulla però spiega meglio il pensiero ispiratore dell’azione del Qatar nel mondo che una visita allo splendido museo di arte islamica di Doha, opera dell’architetto cinese Ming Pei, lo stesso che progettò la piramide del Louvre. Qui è raccolto il meglio dell’arte musulmana di ben tredici secoli, e i capolavori del passato di un’area vastissima cha va dal Marocco all’India sembrano voler mandare tutti insieme un messaggio all’occidente: il mondo del futuro non potrà avere primati culturali ma avrà bisogno di “imperi” della conoscenza che dialogano tra loro.

Federico Pommier Vincelli

Federico Pommier Vincelli

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Argomento: Esteri

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