Banche e finanza: cambiamenti in vista?

Economia

Banche e finanza: cambiamenti in vista?

Mentre i clienti sono chiamati al salvataggio degli istituti in maggior difficoltà, il mondo si interroga sul futuro di un sistema in crisi

6 maggio 2013

Ventitré miliardi di euro. A tanto ammonta la cifra globale stimata necessaria per il salvataggio di Cipro (con un contributo a carico dell’isola di tredici miliardi, pari al 75% del Prodotto interno lordo). La maggior parte dei fondi, circa 10,6 miliardi, proverrà dal sistema bancario, con la chiusura della seconda banca del paese, la Laiki Bank, e dal prelievo forzoso (fino al 60%) sui conti bancari superiori ai centomila euro.

Una spiacevole novità, anche se qualche cosa di simile era già accaduta. In Irlanda nel 2011, per salvare le banche dal collasso, lo stato aveva chiesto l’intervento dell’Europa, e per evitare la bancarotta del Paese era stato introdotto anche l’azzeramento delle obbligazioni bancarie subordinate. In Olanda lo stato ha nazionalizzato la SNS Reaal (quarta banca olandese) con un importo di 9,8 miliardi di euro, e ha imposto un’ampia partecipazione ai privati chiamati a condividere il salvataggio. Agli azionisti sono stati affiancati anche i detentori di obbligazioni subordinate emesse dal gruppo bancario, che si sono visti addebitare circa 2 miliardi di euro. Anche l’Olanda, per rendere più solido il sistema finanziario del paese, si rivale sui risparmiatori. Nella generale impotenza normativa, è stata scelta la strada più sbrigativa. Diventerà il nuovo modus operandi?

Eppure sono i governi e le banche centrali che hanno creato una normativa bancaria che ha permesso alle banche rischi fuori controllo e leva finanziaria.

Se si considerano i derivati basta citare l’ultimo esempio del Monte dei Paschi. Va precisato però che l’incidenza sull’attivo delle banche italiane di tali strumenti è del 9,6% rispetto al 23% della media per le grandi banche europee e soprattutto al 33,3% della Germania e al 41% della Svizzera.

Grazie poi alla garanzia implicita del “too big to fail” (troppo grande per fallire) le autorità hanno concesso alle grandi banche una rendita oligopolistica che spesso apporta benefici solo ai destinatari dei ricchi bonus.

L’evoluzione dei mercati finanziari negli ultimi anni ha portato alla crescita notevolissima di un “sistema bancario ombra”, fatto di società veicolo registrate nei paradisi fiscali (le cosiddette SIV), titoli frutto di cartolarizzazioni, fondi speculativi, derivati e altri strumenti non quotati, spesso opachi e illiquidi, che pur apportando benefici ai bilanci bancari sono contabilizzati da “altre” entità. In tal modo si genera credito (e dunque moneta) senza controllo né supervisione. Il Financial Stability Board stima in 67.000 miliardi di dollari il mercato ombra (quasi il Prodotto interno mondiale).

Ci si chiede allora quale sia il valore delle prove con cui le autorità valutano la capacità delle banche di sopportare eventuali crisi (stress test) se la metà o più degli attivi sono fuori bilancio nel sistema ombra, e un meccanismo alternativo di finanziamento delle principali banche finisce per essere l’essenza stessa di molti bilanci.

A questo si deve aggiungere che le principali banche lavorano con leve molto alte (rapporto tra i prestiti erogati e il patrimonio).

Se le grandi banche italiane hanno un rapporto intorno a 19,3 la media europea è di 27,6. Ciò vuol dire chee a fronte di 100 euro di capitale disponibile, l’attivo medio (e quindi anche l’esposizione verso i creditori) degli istituti europei è di 2.700 euro, con punte di 55-56 volte come per alcune banche tedesche, francesi e svizzere, per non parlare di alcune star americane.

Ma quando si fa uso del debito per moltiplicare potenzialmente i profitti ci si espone anche alla possibilità di notevoli perdite. «Preoccupa inoltre vedere che dopo una breve pausa indotta dalla crisi l’attività di negoziazione è tornata ad essere una delle principali fonti di reddito delle grandi banche». (Banca dei Regolamenti Internazionali – 82° rapporto annuale).

È ormai chiaro che la “minuziosa” normativa che governa le banche deve essere aggiornata, poiché permette loro di correre rischi eccessivi soprattutto quando governi e banchieri centrali concedono o sono costretti a concedere un sostegno incondizionato. Tanto che la BRI afferma: «Si potrà dire con certezza di aver compiuto progressi fondamentali quando gli intermediari di maggior entità potranno fallire senza che ne debbano rispondere i contribuenti».

Si sta lavorando faticosamente a un nuovo ordine finanziario ripensando in maniera globale un modello ormai palesemente pericoloso? Ci sono timidi accenni, ma la sorte riservata alla legge Dodd-Frank, che avrebbe dovuto ridisegnare la finanza statunitense e che è rimasta invece ferma al palo, non lascia ben sperare.

Tornare al modello tradizionale separando le banche commerciali da quelle d’investimento? Riportare le banche al servizio dell’economia e della società? Riscoprire la funzione sociale che di fatto le banche svolgono per lo sviluppo economico e civile del territorio di appartenenza? Vedremo. Nel frattempo: «Gli istituti di maggior dimensione continuano ad aver interesse ad accrescere la leva finanziaria senza prestare attenzione alle conseguenze di un possibile fallimento data la loro rilevanza sistemica confidando che il settore pubblico si farà carico delle conseguenze negative». (BRI ibid.)

Sergio Nardini

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Argomento: Economia

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