Finanza: derivata o deviata?

Economia

Finanza: derivata o deviata?

“Il capitalismo non è intelligente, non è giusto e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”. (J. M. Keynes)

8 aprile 2013

Fino a qualche tempo fa il contratto finanziario principe era rappresentato dal prestito concesso da una banca a una persona o a un’impresa sulla base di condizioni uniformate. Il modello d’intermediazione disegnato su questo schema era quello del “crea e detieni”: la banca deteneva il credito fino alla scadenza. Nel corso degli anni i sistemi finanziari si sono fatti molto più complessi, soprattutto per la diffusione e la rapida crescita della finanza strutturata; questa tende a eliminare il legame esistente tra la concessione del credito e il rischio che lo stesso rappresenta, secondo lo schema “crea e distribuisci”.

È sorta così una molteplicità di strumenti finanziari di nuovo tipo, che consentono di trasferire il rischio dalle banche agli investitori che sottoscrivono questi nuovi titoli, attraverso operazioni di “cartolarizzazione” (cessione di attività o beni attraverso il collocamento di titoli obbligazionari).

Lo scopo è sempre la ricerca di un beneficio: dalla riduzione dei costi, a un miglior accesso alla finanza per famiglie, imprese e intermediari, alla condivisione dei rischi. Ma la liberalizzazione ha fortemente accresciuto la possibilità che si formino rilevanti squilibri finanziari. Nelle fasi espansive del ciclo economico, l’effetto leva (ovvero la possibilità di investire un elevato ammontare di risorse finanziarie con un basso tasso di capitali effettivamente impiegato) permette di moltiplicare i capitali a disposizione dell’investimento finanziario, ma nelle fasi discendenti avviene l’opposto, e si amplia ed accresce l’instabilità del mercato stesso.

Se il rischio è una componente essenziale dell’economia di mercato, il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008 svelò la gravità della crisi finanziaria nell’era della globalizzazione, cancellando l’illusione degli attori del mercato di saper gestire il rischio con l’assistenza di sofisticati strumenti di analisi che avrebbero lanciato l’allarme per tempo… Ha così avuto inizio una fase storica in cui l’ordinario ha lasciato il campo allo straordinario.

Negli Stati Uniti sono stati introdotti nuovi programmi di intervento del Governo federale, con sigle affascinanti: dal TALF (Term Asset-Backed Securities Loan Facility) al TARP (Troubled Asset Relief Fund) agli “allentamenti quantitativi”. In pratica, memori delle lezioni degli anni ’30, si stampano sempre di più nuovi dollari cercando di tenere sotto controllo l’inflazione. Sino ad ora con un certo successo.

Eppure, più si cerca di mettere la briglia alla finanza, più questa cerca nuove strade per espandersi («l’attività di negoziazione è tornata ad essere una delle principali fonti di reddito delle banche» Global Financial Stability Report 2013 del Fondo Monetario Internazionale). E come se non bastasse l’evoluzione dei mercati ha ampliato enormemente il cosiddetto “shadow banking” (sistema bancario ombra o collaterale). Un intreccio di «attività di intermediazione svolta da istituzioni finanziarie non bancarie che si finanziano indebitandosi e/o attuando una trasformazione delle scadenze o del grado di liquidità al di fuori del sistema bancario». Il Financial Stability Board valuta le dimensioni di questo mercato parallelo in 46.000 miliardi di euro (dati 2010), pari al 25-30% dell’intero sistema finanziario e a circa la metà delle attività bancarie.

Se si tiene presente che in situazioni di emergenza o incertezza i rischi assunti dalle banche del sistema ombra possono essere facilmente trasmessi al settore bancario (assunzione diretta di prestiti dal sistema bancario e/o vendite massicce di attività con ripercussioni sui prezzi) se ne comprendono le problematiche.

Negli ultimi vent’anni la finanza internazionale è cresciuta enormemente, fino a una dimensione (oltre 600.000 miliardi di euro) pari a 10 volte il Prodotto Interno Lordo mondiale (ovvero la somma del valore di tutti i beni e servizi prodotti nel mondo).

«In tale contesto il settore finanziario sta gradualmente riassumendo il profilo di elevata rischiosità che lo caratterizzava prima della crisi. Le ingenti perdite incorse di recente nella negoziazione di derivati [Société Générale, UBS, JPMorgan Chase per citarne alcune] rappresentano un monito di ciò che comporta».

Dodici anni fa fu dato il via libera ai derivati, in base al principio che le banche sarebbero state in grado di utilizzare sofisticati strumenti di controllo in operazioni spesso fuori da mercati regolamentati (over the counter). Un’area non pienamente regolamentata che apporta benefici a tutti gli operatori economici e produce ingenti guadagni a cui è difficile rinunciare. I derivati, in attesa di nuove regole, sono utilizzati, come nel 2008, a ruota libera in tutti i settori (anche sui mercati delle materie prime).

Il presidente Obama sta cercando di introdurre regole severe come la legge Dodd-Frank, che ha sui derivati numerosi spunti, ma che è una complessa legge-compromesso non ancora ben definita. Anche la cosiddetta Volcker Rule – proposta dall’ex presidente della Fed Paul Volcker – che limita drasticamente l’attività speculative delle banche non permettendo loro di investire capitali propri in transazioni di borsa, in derivati e in hedge funds al di sopra del 3%, è rimasta sulla carta.

Oggi stiamo continuando senza salvagente, confidando nel pubblico intervento…

La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), nella relazione annuale 2012, indica alcuni obiettivi: «Si potrà dire con certezza di aver compiuto progressi fondamentali quando gli intermediari di maggior entità potranno fallire senza che ne debbano rispondere i contribuenti e quando le dimensioni dell’intero sistema finanziario rispetto al resto dell’economia saranno mantenute entro limiti più restrittivi… Quel che più importa è che le autorità continuino a indurre le banche ad abbassare la leva finanziaria e impediscano loro di accrescerla nuovamente utilizzando tecniche e strumenti inediti. Tale compito, tuttavia, non dovrebbe limitarsi alle banche tradizionali. Una delle sfide aperte per le autorità prudenziali di tutto il mondo è quella di definire una solida regolamentazione applicabile anche al settore bancario ombra».

La BRI suggerisce perciò azioni che incoraggino le banche a seguire politiche più oculate. In che modo?

«Una riforma delle remunerazioni del settore bancario, ma anche una riduzione dell’intervento pubblico che in caso di rischio sposti una parte del carico sugli obbligazionisti. E concessione, inoltre, di maggiori poteri alle autorità pubbliche».

Il risultato è che l’attuale sistema non è stato sostituito da un nuovo ordine. «Di fronte al giudizio negativo dei mercati e a una crisi di fiducia reciproca, molte banche dipendono fortemente dal finanziamento delle banche centrali e non sono in condizione di promuovere la crescita economica».

Oggi paghiamo ancora le conseguenze della turbolenza del biennio 2007-2008, e né gli Stati Uniti né ancor meno l’Europa hanno fatto qualcosa per porre un freno alla finanza speculativa che sta minacciando l’economia occidentale, forse nell’errato timore che regole più stringenti possano facilitare un’esplosione devastante.

Continuiamo così a vivere in emergenza, senza essere in grado di piegare le resistenze e riportare ordine in un sistema che rischia di trascinarci nel baratro.

Sergio Nardini

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Argomento: Economia

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