Romaeuropa Festival 2012 – “Imagination of death”

Terza Pagina

Romaeuropa Festival 2012 – “Imagination of death”

Numerosissima affluenza di pubblico al Teatro Vascello di Roma per le serate del nuovo spettacolo del “collettivo teatrale Ricci/Forte”

30 ottobre 2012

Gli spettatori prendono posto mentre sedici corpi in terra respirano ansimanti, costringendo i loro versi lamentosi dentro sacchetti di carta.

Si agitano dimenandosi sul pavimento, poi lentamente salgono in piedi fino ad assumere una posizione eretta e malferma, a causa anche di calzature vertiginose, parimenti indossate da uomini e donne.

E comincia a muoversi dunque l’affresco vivente che esplicita chiaramente fin da principio il suo intento di prender alla gola il pubblico, con la sua esposizione di corpi stranianti ed il loro vagare sul palco, i volti incerti e sofferenti; in fila seguono menzioni frettolose di atti sessuali corredate dal loro arido minutaggio e grottesche “mazurke di periferia”.

“Cos’è l’inferno? Un posto dove non esiste il wi-fi!”

Intanto sul palco ce ne viene offerto un intrigante e variopinto simulacro che vorrebbe riassumere quello che già adesso brucia i nostri corpi mentre sono ancora in vita: quello che vediamo è niente altro che uno specchio deformante dei nostri giorni, ad osservarli da qui recanti anche tratti mostruosi, talora sconvolgenti.

I protagonisti sono ora “anatre zoppe”, vampiri, diavoli…zombie, clown! Controfigure dell’uomo e delle sue migliori aspirazioni, persi tra incertezza e noia, tra lascivia e perdizione che si fondono al ridicolo fornendoci una squallida imitazione della vita, più verosimilmente una anticamera della morte.

Ricordare la bellezza è difficile perché non lascia cicatrici sul corpo dei vivi: quel che ci rimane dopo l’abbandono è una “sindone di oggetti”, una vaga “radiografia” di ricordi.

Se non avete mai invitato nessuno al funerale delle vostre aspettative state ben sicuri che questo avrà ragione di pensare – sbagliando? – che siete ancora vivi!

Quello di Ricci/Forte è uno sguardo nichilista sulla realtà, esasperato ed esasperante, comunque pulsante e sofferente, anche se non tutto quel che viene proposto riesce ad evadere – nonostante la manifesta carica trasgressiva di nudità ed eccessi – dai confini imposti a corpi e coreografie: aleggia un ammiccante e compiaciuto voyeurismo di troppo ed una certa confusione nel connubio fra intenti ed esecuzione. Non basta il coraggio di osare, né la caparbia voglia di stupire e scuotere le coscienze – e forse lo stomaco – a far quadrare il cerchio.

“Imitation of death” perde lungo il suo cammino la capacità visionaria e la forza comunicativa e man mano che il tempo passa si arena in banali domande e pallide risposte, in ripetizioni sempre meno evolutive del senso ultimo che si intende suggerire.

Innesti musicali che spaziano su un lunghissimo arco temporale: note e parole che vanno da Laura Pausini ai Pink Floyd – passando persino per gli anni ’50 – accompagnano performers non sempre in grado di supportare al meglio la rappresentazione che comunque, procedendo, espone sempre di più ad un personale ludibrio l’effimero del nostro vivere quotidiano che affoga nella coazione a ripetere mentre, parallelamente, prende il sopravvento lo spauracchio del tempo che scorre implacabile fino a giungere al suo limite.

E’ un nuovo capitolo di una lunga serie di intuizioni teatrali che tentano di scuotere dal torpore dipingendo un nefasto presente di accidia e materialismo. Sul finire irrompono sul palco anche una “overdose” di oggetti, vernici e materia che tentano inutilmente di saziare la fame del corpo (e di vita) e pateticamente vorrebbero forse far lo stesso con l’anima, non avendone alcuna chance.

Già visto in altre forme e da altri autori ed ovviamente nulla ancora ha fondamentalmente inciso davvero sulla realtà in conseguenza di questo. Con tutta evidenza c’è bisogno di altri ancora che tornino a ricordarcelo in forma d’arte e per questo è giusto porgere comunque il nostro benvenuto a chi tenta di farlo, pur non mancando di sottolinearne i limiti e le forse troppo ottimistiche ambizioni.

Franco Maresca

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