Il teatro di Peter Brook: Il grande inquisitore

Terza Pagina

Il teatro di Peter Brook: Il grande inquisitore

Dopo averlo utilizzato per crocifiggerlo stavolta il legno viene adoperato per preparare la pira da incendiare: se Gesù fosse tornato sarebbe stato bruciato come un eretico!

30 ottobre 2012

Dopo il successo dello scorso anno con “Fragments”, il grande regista Londinese Peter Brook torna nella Capitale – ancora una volta al Teatro Eutheca – ed affida all’ottimo Bruce Myers (nella foto) il compito di rinnovargli onori e lustro.

Attingendo alle parole di Fèdor Dostoevskji (“I fratelli Karamazov”) viene concepito un monologo (recitato in lingua inglese con sovratitoli in italiano) dove un “grande vecchio”, un inquisitore spagnolo dei tempi della persecuzione, flagella verbalmente un malcapitato Gesù nuovamente tornato, quindici secoli dopo, a cercar di dispensare amore e speranza per l’umanità, ancora una volta senza volerla legare a se con la mirabilia del miracolo bensì con la giustezza della fede (o della ragione).

L’uomo dunque ancora si affanna nel suo tormento eterno tra l’accettare una libertà maledetta e difficile da gestire, addirittura latrice di sofferenze e scelte complicate da cogliere, che si contrappone alla comodità di affidare ad altri il proprio destino, un qualcuno, sia esso terreno o divino, da venerare ed al quale credere, che possa esser da lui adorato assieme a tutti i suoi simili, perché nulla è più seducente del libero arbitrio così come niente è più difficile e doloroso.

All’orizzonte, ovvero “verso la fine dell’infinito”, si paventa un orrido quadro di “umane bestie” piangenti, sottomesse e striscianti, deboli ed infelici, in cerca di una salvazione che verrà dispensata loro dal primo che saprà offrirgliela o costruirgliela ad arte.

Il potere, certo in questo frangente esplicitamente inteso anche – o soprattutto – come quello esercitato dal clero, corregge in terra l’operato di Dio ed offre agli uomini inetti il dono avvelenato della concessione del peccato e dopo, se ubbidiranno, il magro premio di un illusorio riscatto; soltanto ai martiri ed altri pochi “eletti” viene lasciata la maledizione del dover scegliere tra bene e male.

Il teorema, che peraltro secoli di storia stentano vacillanti a poter confutare, è che solo mistero, miracolo ed autorità possano conquistare per sempre l’umanità e, nel contempo, renderla simile ad uno smarrito gregge.

L’inquisitore non teme il “messo del cielo”, vi si rivolge con protervia arroganza: “Perchè sei tornato a disturbarci! Domani brucerai come un qualsiasi eretico”. La risposta di Gesù è un bacio su quelle labbra che fino ad un attimo prima tante invettive hanno liberato su di lui.

Cinquanta minuti fulminanti, sospesi tra pensiero laico, religione e blasfemia, a tratti lapidari, sempre affilati come la lama di un rasoio, dove Myers – l’adattamento è di Marie Helène Estienne – condensa secoli di tremebondo umano vagare tra bene e male. Una scena “nuda” con solo una sedia sul palco ed un fiume di parole che ci scavano dentro: inesorabili, inappuntabili, incontestabili.

Una furia verbale iconoclasta distrugge ogni speranza di futuro, tratteggiando un uomo meschino e senza misura, che altro non riconosce se non la sua figura che si specchia nella sua opera immorale assieme ad un ego preponderante che ogni cosa travolge, non ponendolo al riparo nemmeno da se stesso.

Tutto è chiaro, limpido ed agghiacciante e viene porto al pubblico con le armi immortali della recitazione, in questo caso superba e che, in virtù di questo, sfugge al cannibalizzante incedere di un testo grandioso, penetrante ed asciutto, perfetto al punto da non debordare mai, nonostante l’impressionante pienezza dei suoi contenuti.

Non dal fulmine di Dio deve ripararsi l’uomo, semmai dalle sue azioni.

Il bacio brucia ancora sulle labbra del vecchio inquisitore che però persiste nella sua convinzione, ancora asseconda la follia egoista e oltremodo presuntuosa della sua idea.

Franco Maresca

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