Nekrošius a Pordenone: e Dante parla lituano

Terza Pagina

Nekrošius a Pordenone: e Dante parla lituano

L’Inferno e il Purgatorio del grande regista baltico alla XXI edizione del ‘Mittelfest’, festival delle arti della Mitteleuropa. Per il Paradiso, appuntamento a settembre a Vicenza

20 luglio 2012

Lasciate ogni idea preconcetta su Dante, o voi ch’entrate a vedere la Divina Commedia di Eimuntas Nekrošius. E non lasciatevi neppure spaventare dalle 4 ore di spettacolo previste, più 2 intervalli, di cui uno con il kit di sopravvivenza cibaria. Sedetevi comodi in un teatro, come alcuni di voi hanno potuto fare ieri sera al Teatro Verdi di Pordenone per il ‘Mittelfest’, e godetevi la sacra rappresentazione di un capolavoro della letteratura italiana rivisitato con arte, fantasia e leggerezza da un grande regista proveniente dalla piccola repubblica baltica della Lituania. Rigorosamente in lingua lituana, con sopratitoli in italiano.

Dante è un ragazzo nerboruto con il profilo nordico e la camicia rossa da garibaldino, Virgilio un altro ragazzo dall’aria un po’ sfatta con soprabito grigio, che non tarda ad accendersi una sigaretta con il fuoco infernale. Ma prima dell’Inferno c’è l’amore, la bellezza di Beatrice moltiplicata in tante sagome di volti femminili bianchi stilizzati cosparsi sul palco. L’Inferno è visione ma anche suoni: un pianoforte in scena, il violino suonato da Beatrice, un gong lugubre e spaventoso percosso a un certo punto dallo stesso Dante, echi classici e contemporanei, frammenti di Beethoven e dei Beatles in una Let it Be che irrompe imprevedibile in un girone infernale.

Non si sbadiglia quasi mai nella Commedia divina e umanissima di Nekrosius, che nel capolavoro dantesco deve aver nuotato a lungo prima di riuscire a trasformarlo in un’opera drammatica e giocosa allo stesso tempo: merito di un’audace originalità interpretiva affidata a uno straordinario gruppo di giovani attori, che sono anche cantori, danzatori, suonatori, oltre che felici ginnasti.

Certo, le rime dantesche sono irriconoscibili nei suoni della lingua lituana, ma ancora più efficaci delle parole sono i gesti e le trovate sceniche, che suggellano quadri di grande intensità espressiva: Paolo e Francesca seduti come due scolaretti con la matita in bocca che sottolineano in parallelo il celebre libro “galeotto”, e poi Francesca che, presa dalla passione del racconto, abbraccia e bacia Dante come fosse lui il suo innamorato; e ancor prima la schiera dei grandi poeti, filosofi, artisti che non conobbero la fede cristiana e quindi sono condannati a stare nel Limbo: con loro Dante gareggia e corre in nome di quella gloria mondana cui tutti i poeti aspirano. Il senso di questa gloria? È uno degli interrogativi della Commedia. E poi i papi corrotti, equamente distribuiti tra Inferno e Purgatorio, che hanno trasformato la Chiesa in un trono regale di sedie accatastate l’una sull’altra con una pila di cuscini rossi destinati a cadere rovinosamente a terra.

Guizzano di qua e di là le anime dei morti; veloci, si trascolorano di scena in scena senza tempi morti. Più nervosi e rumorosi nell’Inferno, ansimanti e ansiosi di mandar messaggi ai vivi nel Purgatorio. Il grande classico della letteratura nostrana, croce e delizia di intere generazioni di studenti, è presente anche in scena in due volumi poderosi, con illustrazioni e post-it colorati a segnare le pagine. Ogni tanto un messo dall’aria strampalata entra con una slitta a portare lettere: sono le note a piè di pagina per spiegare agli spettatori cosa sta succedendo in scena; spiegare per esempio chi è Vanni Fucci, ladro di tesori sacri, o Brunetto Latini, sodomita. “Caro amico ti scrivo…”, si legge sui sopratitoli, e per qualche istante la Commedia diventa una lettera rivolta a tutti noi, e l’Alighieri il poeta acclamato dai fans.

C’è spazio anche per una breve incursione di Gemma Donati, la moglie di Dante che si sente infelice, sola e abbandonata da un uomo che si è innamorato di un’altra donna ed è pure stato esiliato dalla sua patria. Grazia e tenerezza nei baci che si mandano Dante e Beatrice via via che si procede nel cammino oltremondano, metafora di quello che, per Dante, ogni uomo dovrebbe compiere sulla terra per distaccarsi dalle passioni più rovinose e mortifere, tra cui la sete di potere e di denaro.

Quando poi arriva la celebre invettiva contro l’Italia (“Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello!”, VI Canto del Purgatorio), si prova un po’ di spaesamento: come se un giovane immigrato dell’Europa dell’Est ci rimproverasse la nostra attuale decadenza. E il Medioevo, in pochi minuti, diventa il nostro tempo, seppure sempre trasfigurato dalla poesia. Il Paradiso può attendere: a settembre al Teatro olimpico di Vicenza.

Lucia Cosmetico

Lucia Cosmetico

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