Una serata al Premio Strega

Terza Pagina

Una serata al Premio Strega

La vittoria sul filo di lana di Alessandro Piperno, nella cronaca di un “vecchio scrittore”

7 luglio 2012

È tutto un magna magna. Anzi no. Il Premio Strega numero 66 è stato vinto da Alessandro Piperno, secondo posto per Emanuele Trevi. Però Trevi ci aveva messo più che gli occhi addosso, quasi le mani, all’ambito trofeo.

Tutto in una notte, al Ninfeo di Valle Giulia di Roma, dove ogni anno si assegna il premio letterario più importante d’Italia. Aumentano i giurati, aumentano gli ospiti e, in una giusta osservanza del momento di crisi, il buffet s’asciuga un po’, per varietà delle pietanze. Qualcuno, visto lo spezzatino di pollo al sugo, si preoccupa, si fa da parte; perché la chiazza di pomodoro è una brutta minaccia, quando avete messo il vestito buono, e non è sufficiente fare attenzione: a macchiarvi sarà comunque un altro. E allora si accendono un paio di discussioni anche troppo infocate, vista la solennità del luogo, intorno ai piatti di portata. Mai viste prima, discussioni del genere, da queste parti: non a proposito del buffet, almeno.

Non è tutto un magna magna, no no: c’è chi si scansa, come per esempio il cronista (che d’ora in poi, per convenzione, chiameremo Esenin). «C’è chi sostiene che sia tutto concordato fra editori», gli dice sorridendo una giornalista che per convenzione chiameremo Murasaki Shikibu. «Ma no», replica il cronista.

Intanto sono le dieci e mezza, e comincia la lettura delle schede. Allo Strega si fa così: i risultati vengono riepilogati ogni 100, 200, 250, 300, 350 e 400 schede scrutinate. A 300 ancora c’è un testa a testa, Piperno e Trevi: conduce quest’ultimo 93 a 90. Via il buffet salato, arrivano i dolci: è il semifreddo al cioccolato il più ambito. Il cronista – con l’abito buono ancora indenne dal sughetto di cui prima – si scansa un altro po’. Arrivano Alemanno, Marzullo, qualche stellina della tv («Come si chiama quella?» Meno male che Murasaki lo controlla sul suo smartphone): è quasi ora del collegamento tv. In coincidenza (del tutto casuale) arriva direttamente dall’aeroporto anche un giurato, particolarmente amico del cronista, che chiameremo con un nome di fantasia: Bulgakov. «Sarà rimasto qualcosa da mangiare, compagno Sergei?» «No, compagno Mikhail, siamo quasi alla fine».

Il buffet dei dolci è sfumato: restano i liquori, nel dettaglio il liquore omonimo. Restano anche i centrotavola, ciascuno consistente in un bouquet di cinque rose rosse.

«Faremmo bene a portarne uno ciascuno alle nostre mogli: andranno buttati via, altrimenti», propone il cronista. Siamo alla trecentocinquantesima scheda scrutinata: fuga di Trevi che stacca Piperno, 107 a 95. La probabilità suggerisce che il divario non sarà colmato. Mancano 50 voti da leggere, Emanuele Trevi è incollato al palco (se non sul palco stesso, fatto inconsueto per un candidato, visto che questi normalmente aspettano il verdetto sotto, magari seduti a tavola). Altri cronisti già dettano attacchi e titoli: «Strega, vince Trevi», ecc. E anche quest’ultimo tira un sospiro di sollievo: è fatta, via, fra poco si festeggia.

Invece no: «Piperno… Piperno… Piperno…» comincia a scandire Nesi, vincitore l’anno scorso.

C’è chi dice che lo Strega è tutto un magna magna, e che il vincitore sia designato grazie ad accordi segreti fra i grandi gruppi editoriali: quest’anno a te, l’anno prossimo a me… Non è vero. Lo conferma il compagno giurato, che d’ora in poi per convenzione chiameremo Gogol: «Io ho votato per chi volevo». «Piperno o Trevi?», domanda il cronista, che d’ora in poi per convenzione chiameremo Tolstoj. «Nessuno dei due».

«Piperno… Piperno… Trevi… Piperno». «È tutto uno scambio fra editori, tutto un magna magna», dichiara un giurato che per convenzione chiameremo Fulvio Abbate. E un altro gli fa eco: «L’anno scorso ha vinto Bompiani, gli anni prima Mondadori, quest’anno tocca a Mauri-Spagnol», il gruppo cioè che controlla Ponte alle Grazie, editore di Trevi (il quale ascolta preoccupato).

Tutto concordato? No. Nel 2010 Pennacchi vinse di quattro voti sulla Avallone (133 a 129); l’anno prima Tiziano Scarpa aveva vinto di un voto (119 a 118) su Antonio Scurati – che disse, a sproposito, è tutto un magna magna… «Pilotare quattrocento giurati per una vittoria con un voto (o quattro, o due) di scarto sarebbe impresa degna della Cia, o ancor più della Spectre», osserva Tolstoj: «Il Kgb s’è mai interessato allo Strega, compagno Nikolaj?» «Non direi, compagno Lev».

Dall’anno della sua fondazione, 66 italiani hanno vinto questo premio. Dall’anno della sua fondazione, un centinaio di milioni di italiani non l’hanno vinto, d’altra parte. È più comodo pensare che il pianeta letterario sia governato da forze ed energie extraletterarie. E questo, soprattutto, contenta il narcisismo del mondo editoriale stesso: un mondo coriaceo ma sostanzialmente povero, che si compiace nel ritenersi al centro dell’attenzione, per una volta, di forze economiche, interessi paralleli, sotterfugi. Ma quanto vale uno Strega? I quattro o cinque vincitori degli ultimi premi, messi insieme, non arrivano manco a sfiorare, per numero di copie, una – to’ – Benedetta Parodi. Magari un giorno lo Strega lo vincerà pure lei, che ne sappiamo? La letteratura è anche questo, difficile misurarla.

Fine delle votazioni, la voce di Nesi dal microfono proclama «Piperno: 126…» e dopo una breve pausa la mattonata per «Trevi: 124». Trevi sbianca, Piperno brinda, con la bottiglia a garganella, pratica inaugurata qualche anno fa, e che forse si addice più a un Gp di motociclismo che non a questi giardini. Tant’è. D’altra parte il sorpasso di Piperno all’ultima curva meriterebbe il commento di Valentino Rossi.

«Pensa se io avessi votato Trevi…» bisbiglia al cronista il compagno giurato: «Sono stato praticamente decisivo». Eh già, hanno deciso lui e un altro, magari un altro dignitoso giurato professore che ha letto tutti i libri e vota quello che ha preferito. Andiamo a cercarlo?

Sì. Ma tutto finisce, le luci si spengono: al cronista e al giurato resta appena il tempo di mettere a segno il colpo proibito dei bouquet profumati. Appena fuori un passante li interroga: «Siete scrittori?» «Perché?» «Perché vi hanno dato i mazzolini di rose del centro tavola», risponde il passante curioso.

«Non ce l’hanno dati. Li abbiamo rubati», confessa il cronista, che per convenzione chiameremo d’ora in poi Francesco Zardo: «Non siamo scrittori, dunque: siamo ladri».

Però la letteratura a volte è anche questo: progettare e realizzare il furto di cinque rose rosse. Cinque a testa, non di più, rubate per amore.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

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